Intervista al classificatore internazionale Hanoch

Pubblicato da annaghiretti il

Come sta andando questa tappa italiana delle World Series?

 Mi trovo molto bene qui a Lignano, e in Italia in genere. La location è molto confortevole, con tutte le strutture e i servizi a portata di mano. È un periodo dell’anno un po’ strano, con la città deserta e le attività chiuse, ma per allenarsi e per classificare le condizioni sono ottimali.

 

Lei è uno dei classificatori internazionali più esperti. Come ha visto crescere il nuoto paralimpico in questi anni?

 Come ex nuotatore, sono molto felice di vedere che tutto si sta sviluppando per il meglio: gli atleti si allenano meglio, sono più concentrati, c’è più denaro per le società e per gli atleti, e questo è importante perché gli consente di perseguire meglio la loro carriera sportiva. I Comitati paralimpici internazionali (IPC) e nazionali (NPC), e gli stessi governi, devono sostenere questi atleti, che rappresentano le proprie nazioni. Naturalmente ci sono ancora delle cose da sistemare, ma nel complesso sono molto felice della direzione che abbiamo preso.

 

La pandemia di Covid ha influito sul tuo lavoro di classificatore?

 Noi classificatori dobbiamo continuamente viaggiare in tutto il mondo, e ogni paese ha adottato le proprie regole. Noi dobbiamo adattarci e rispettarle. A volte è necessario eseguire dei test durante i transiti, a volte non si trovano voli diretti per la propria destinazione… È difficile, e quando arrivi a destinazione ci sono altre regole, e ci si infila in una bolla. Da questo punto di vista le Paralimpiadi di Tokyo sono state un test severo. Naturalmente sarebbe più piacevole muoversi in un ambiente senza vincoli. N

Complessivamente, negli ultimi due anni abbiamo avuto meno occasioni per classificare, e questo non è un bene.

 

Come sei diventato classificatore?

 Questa è una domanda interessante. Io sono stato un nuotatore, e ho scelto di fare questo lavoro a beneficio dei nuotatori. So che la classificazione è una questione molto delicata, e cerco di rassicurare gli atleti che so quello che faccio, che sono lì per loro e che conosco la materia meglio di chiunque altro. Lo faccio per loro. Lavoro per creare un contesto il più possibile equo. È un compito molto difficile. A volte la gente non lo capisce: noi siamo dei volontari, togliamo del tempo alla nostra professione e alle nostre famiglie, ma continuiamo a farlo per amore dello sport.