Avis e atleti paralimpici: uniti nel donare.

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Altruismo. Ecco la prima parola che viene in mente quando si cerca un modo per unire AVIS e il mondo dello sport paralimpico: altruismo. Che significa pensare “all’altro” chiunque esso sia, che significa tendere una mano quando ci si accorge che qualcuno ha bisogno, che significa non essere soli. E non è un caso che AVIS sia vicina – concretamente, attivamente, realmente – alle World Series che dalla prossima settimana animeranno il villaggio Bella Italia di Lignano Sabbiadoro. “Altruismo – dice il presidente provinciale Venezia, Tito Livio Perissuti – è la parola giusta. Altruismo e, anche, scambio. Perché AVIS ha bisogno di chi dona sangue ma allo stesso tempo è in grado di donare a sua volta sangue, e un atleta disabile ha bisogno di un’attenzione speciale ma allo stesso tempo è capace di donare tantissimo a chi gli sta vicino. Bisogno e dono, in un continuo scambio di umanità”.

Lei lo sa, vero, che l’intervista potrebbe anche chiudersi qui?

No, per favore: perché ho tante altre cose da dire.

Per esempio?

Che mi piacerebbe coinvolgere questi splendidi atleti e sensibilizzarli sul tema della donazione. Loro sono degli sportivi, dei grandi sportivi: e “Lo sportivo dona sangue” è uno degli slogan più efficaci e famosi tra quelli utilizzati da AVIS. Questi ragazzi, quasi tutti, possono essere donatori di sangue: e dovrebbero diventarlo: sarebbero un veicolo eccezionale di un messaggio bellissimo.

Eccezionale, perché?

Perché basta passare mezz’ora dentro a quella piscina, basta guardarli per un po’. E viene la pelle d’oca. Ecco perché eccezionali. Perché riescono ad insegnare che il loro apparente svantaggio è, in realtà, una splendida opportunità.

Ma quale dovrebbe essere il messaggio da passare?

La capacità di guardare, di avere una visione aperta del mondo che ci circonda, di rispettare il nostro equilibrio e istruire le nuove generazioni per un domani migliore. Basterebbe poco, basterebbe far capire a dei bambini che si trovano in classe un compagno disabile che quel compagno speciale è un motivo di crescita e non un fastidio da gestire.

La gente dona sangue?

Siamo in una fase di flessione che, purtroppo, è fisiologica se si pensa alle abitudini di vita e alle regole delle nuove generazioni: differenti rispetto alle nostre, inconciliabili con le norme che regolano la donazione di sangue. E non sto giudicando, non sto puntando il dito: ho infatti parlato di abitudini diverse. Basti pensare a come i giovani di oggi vivano, in totale buonafede, la sessualità e a come questo impedisca loro di essere dei donatori.

Quindi?

Quindi bisogna continuare a lavorare, sensibilizzare, informare: e allargare la base dei potenziali donatori che vanno dai 30 ai 45 anni, fascia sulla quale è necessario e giusto puntare.

Andate a Lignano, perché…?

Perché si esce da quella piscina più ricchi di come ci si è entrati. Basta questo.

 

Francesco Caielli

 

 

Categorie: WPSitaly_2019

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