Quando lo sport non ti cambia la vita

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WPS_ITA_Daniele_ZottiVi porteremo per mano, da qui alla settimana clou delle gare, verso la tappa di Lignano della World Series di Paraswimming: per conoscere quello che sarà, per ascoltarne le storie, per innamorarvi dell’atmosfera e degli atleti. Ecco allora la storia di una delle persone che stanno dietro: lontane dalle luci della ribalta, nascoste, silenziose. Ma fondamentali. Ci sono tante motivazioni dietro alla scelta di una persona, che decide di mettere il suo tempo a disposizione degli altri senza chiedere nulla in cambio. Volontariato, lo chiamano: e questa è una parola che ne nasconde mille. Daniele Zotti non ama parlare, non ama apparire, non ama mettersi in mostra: si schernisce, quasi intimidito, quando proviamo a farlo parlare di sé. “Anche perché – racconta – la mia non è una storia speciale: avevo 17 anni, quando un incidente sul lavoro mi ha portato via il braccio destro e mi ha cambiato la vita”.

Cambiata, come e quanto?

“Mi piace più parlare di quello che è rimasto esattamente come prima: il mio amore per lo sport, per esempio. Io ho sempre nuotato, l’acqua è il mio elemento naturale: secondo me la mia mamma mi ha partorito in acqua. Nuotavo come un pesce prima dell’incidente, ho continuato a nuotare dopo l’incidente: perché la bellezza è la stessa, le stesse sono le emozioni. La bellezza di nuotare senza mai stancarsi in piscina, la bellezza di sorprendersi davanti ai colori indescrivibili della barriera corallina a Sharm. Io sto bene lì, io sto bene in acqua”.

Quanto è stato importante lo sport, nella sua vita dopo l’incidente?
“Lo sport è stato indispensabile, non so come avrei fatto senza. Ma lo sport è indispensabile sempre, sempre e comunque, per tutti: io nuotavo a livello agonistico prima dell’incidente, non vedevo perché avrei dovuto smettere di farlo dopo”.

E’ stato semplice?
“Non scherziamo: avevo 17 anni, avevo in mente di prendere la macchina, avevo idee e sogni. L’incidente mi ha fatto crollare il mondo addosso, come credo sia normale. Però, anche e soprattutto grazie allo sport, mi sono rialzato giorno dopo giorno”.

E come è andata?

“Ho conosciuto un signore senza un braccio che correva le maratone, tesserato per l’Aspea di Padova: è stato lui a insistere, a convincermi, a provocarmi. Così, ho deciso di andare a provare: non il nuoto, inizialmente, ma l’atletica. Perché ero anche piuttosto veloce, facevo i 100 metri in 11 secondi e 5… Ecco, così sono entrato nel mondo paralimpico: un mondo dal quale non sono ancora uscito. Prima come atleta, poi come dirigente, alla fine come organizzatore di eventi come quello di Lignano”.

Ecco, parliamo di quello che succederà tra qualche settimana: ce lo descrive in tre righe?

“Il mondo in una piscina, un evento tanto meraviglioso quanto complicato da organizzare: ci sono tantissime cose da fare e prevedere, cose che uno da fuori non può minimamente immaginare. Ma il risultato finale, la soddisfazione che si prova quando si spegne l’ultima luce, i sorrisi che ricevi ogni giorno: ecco, tutte queste cose ripagano con gli interessi da ogni rinuncia, da ogni sacrificio, da ogni arrabbiatura, da ogni ora di sonno persa”.

 

Francesco Caielli

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